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I corsi MOOC visti dai protagonisti. Personaggi e studenti raccontano le loro esperienze

Fun: i MOOC francesi

Pubblicato il 23 Mar 2016 in Documenti

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Evelina Bruno, Content manager e courses developer

In inglese Fun significa “divertimento” ed è anche su questo gioco di parole che France Universitè Numerique punta per la sua piattaforma MOOC Fun –dal motto “La libertà di formarsi”– che riunisce come partner 40 tra università ed enti di ricerca francofone in un’unica piattaforma, che eroga oltre 150 corsi.

Dagll’Istituto Pasteur alle Università Parigine, dall’Università di Bruxelles a quella di Ginevra, sono invece oltre 70 gli enti che hanno erogato anche un solo corso sulla piattaforma, mentre Le Cnam (Conservatorio di arti e mestieri) detiene il numero maggiore – circa 20 corsi. Oltre 150 MOOC sono erogati in francese, mentre solo 17 sono in inglese; 39 sono le discipline affrontate, di cui 41 i corsi di “problematiche sociali” e  70 quelli di “numeri, tecnologie e scienze”.(more…)

Coding: cos’è? Ve lo spiegano le donne

Pubblicato il 6 Nov 2015 in Documenti

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Evelina Bruno, Content manager e courses developer

Coding vuol dire programmare, ovvero scrivere un codice di comandi che possa far funzionare un software. Ma soprattutto, vuol dire pensare logicamente, trovando soluzioni ai problemi. Parlare di coding sembra una questione tecnica, una roba da nerd, una faccenda da addetti ai lavori dell’informatica e del web.

E invece non è così: il coding è un approccio di pensiero per algoritmi, un pensiero computazionale necessario per comprendere la vita digitale pervasa da dispositivi e dalla Rete, il cosiddetto “internet delle cose”. I “nativi digitali” sono naturalmente capaci nell’uso delle tecnologie, ma il loro modo di pensare non ha avuto un’evoluzione altrettanto rapida: maneggiare quotidianamente dispositivi digitali non significa comprenderli e capirne le logiche. Ecco che coding è il modo di insegnare a programmare e a pensare, che entra nelle scuole mediato da formatori e docenti, per rendere capaci i bambini dai 3 ai 12 anni a immaginare e creare nuovi mondi digitali.

L’Unione Europea ha definito il coding come parte fondante della Open Education da realizzare entro il 2020 e ha creato da alcuni anni la Code Week per incoraggiarne la diffusione. Il Presidente Usa Obama ha esortato gli studenti delle scuole americane “non a usare le app ma a crearle“.

L’approccio pioneristico in tal senso parte dall’iniziativa del Lifelong Kindergarten del MIT Media Lab, che nel 2007 ha elaborato Scratch, un ambiente di apprendimento virtuale che è poi diventuto anche una lerning community con oltre 11.363.713 di progetti condivisi. Scratch è un linguaggio di programmazione che rende semplice creare storie interattive, giochi e animazioni, da condividere poi sul web. Oltre a Scracth ci sono tante modalità per insegnare a programmare e a incoraggiare il pensiero computazionale: dai giocattoli digitali ai robot nati con queste finalità. Laboratori e corsi sono entrati nelle scuole grazie alle singole iniziative di insegnanti illuminati, mentre nel contesto extrascolastico dominano da anni movimenti gratuiti come Coderdojo, oltre a recenti iniziative di associazioni, come Wister e Didasca, che insieme promuovono CODING FOR FUN, un percorso gratuito per sviluppare il pensiero computazionale, e a start up che vincono premi per imparare a programmare giocando, come nel caso di Tinkidoo.

Il coding, quindi, è un approccio pensato per chi vuole avere i primi rudimenti della Rete e infatti non è piaciuto solo a insegnanti di materie scientifiche ma anche a quelli di discipline umanistiche, protagonisti del cambiamento secondo i dati MIUR. Non solo, ma il coding è “un affare da donne”: proprio in questi giorni si stanno svolgendo a Roma e Napoli i giorni delle “coding girls”, ovvero coding lab nelle scuole secondarie tenuti da docenti universitari per circa 400 studentesse con la partnership –tra gli altri– del Consolato Americano che culmineranno nel prossimo week end con un hackathon al femminile presso la Palestra dell’Innovazione della Fondazione Mondo Digitale con le studentesse di Roma e Napoli.

E tu sei un MOOC outsider o insider?

Pubblicato il 23 Ott 2015 in Documenti

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Evelina Bruno, Content manager e courses developer

Quant’è diversa la visione tra chi ha già seguito un MOOC (o vi ha insegnato, fatto ricerca, preso parte e insomma ne è coinvolto) e quanti invece non sanno nemmeno di che si tratta?
Quanta distanza c’è tra un MOOC insider e un MOOC outsider?(more…)

Un MOOC per i bambini: l’esperienza Brain Chase

Pubblicato il 8 Ott 2015 in Documenti

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Evelina Bruno, Content manager e courses developer

I MOOC sono un nuovo modo di concepire l’e-learning e la formazione, che interessa vari utenti, anche se la profondità e la complessità dei corsi – generalmente tenuti da docenti universitari, li rende adatti in particolar modo a studenti accademici e delle superiori – oltre che a professionisti e appassionati.

Eppure i MOOC possono essere un modo nuovo di imparare anche per i bambini, o meglio per quella fascia d’età conosciuta globalmente come K12, ovvero bambini in età di scuola primaria, ai quali si era già rivolto Khan Academy, “progenitore” dei MOOC provider.

L’esperienza di Brain Chase aggiunge un altro tassello, prendendo spunto sia dal blended learning che dai MOOC, arricchendoli di quella componente gaming di cui tanto si parla nella moderna psicologia dell’apprendimento, e confezionando un prodotto che pare avere buoni riscontri, come raccontato in questo articolo da Alex Hernandez che ha testato personalmente, accompagnando i suoi figli, questa nuova sorta di summer school per bambini.

L’innovazione nasce dal fatto che Brain Chase è pensata come una caccia al tesoro virtuale, arricchita da un’esperienza personalizzata di apprendimento, fatta anche di libri, testi e posta, che offre un elemento di realtà – simile al blended – rispetto alla vera e propeia classe online, con un corso della durata di 5 settimane, simile ad un MOOC tradizionale. I costi da sostenere variano a seconda della complessità dell’esperienza, ma sono comunque piuttosto contenuti.
I risultati sono interessanti, soprattutto perchè mostrano un drop out molto basso, cosa abbastanza inusuale per i corsi online.
Ma, soprattutto, ad interessare è la combinazione di vari strumenti di didattica  – da quelli tradizionali a quelli digitali, da quelli ludici al ricordo a linguaggi cinematografici e alla reiterazione tipica dei video-giochi – che rende la formazione una esperienza immersiva.