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Didattica e nuove tecnologie: imparare dalla rete

23 ottobre 2015

Miriana Tizzani, Content manager and E-Learning Specialist

Il dibattito su nuove tecnologie e apprendimento è sempre aperto, animato da chi sostiene che non si fa abbastanza per introdurre il digitale nelle scuole e nelle università e da chi, al contrario, crede nell’utilizzo e nella sperimentazione di nuove forme di didattica come integrazione di quella tradizionale. Per discutere di queste tematiche abbiamo intervistato la prof.ssa Emanuela Zibordi, docente “smart”, che negli anni si è dedicata ad approfondire temi legati alle innovazioni digitali per la didattica.

La nostra intervista con Emanuela comincia dal tema dei MOOC, data la diffusione che il fenomeno sta avendo in tutto il mondo. Emanuela ci ha fornito il suo punto di vista partendo dall’ esperienza diretta su due fronti: come studente di un corso e come docente che utilizza in aula nuovi modi d’insegnare. Il suo blog emanuelazibordi.it  è molto seguito e ben esprime tutta la curiosità che l’ha spinta a puntare sull’innovazione.

Pensa che il formato utilizzato dai corsi online di ultima generazione possa essere utilizzato come strumento di didattica innovativa anche nelle scuole superiori e come? Uno dei motivi che mi spingono a frequentare MOOC è, oltre all’interesse specifico dell’argomento trattato, quello di vedere come altre istituzioni organizzano la didattica, soprattutto nelle forme che nella scuola sono marginali e cioè: la ricerca delle conoscenze, l’interazione, la valutazione delle competenze. E’ indubbio che la tecnologia faciliti questi processi e, quindi, anche la scuola dovrà imparare ad utilizzarla con queste modalità. Chiaramente esistono differenze tra la struttura formale, scuola, che ha tempi in presenza ed una totalmente online, ma di certo ci sono elementi emergenti che possono, devono  essere trasferiti nell’attività didattica tradizionale.

Ci sono pareri discordanti sui MOOC, molti si soffermano sull’alto tasso di abbandono (drop out), altri sostengono che sarà un fenomeno destinato a concludersi. Cosa ne pensa? La caratteristica dei MOOCs è quella di essere aperti ad un target internazionale e vario per motivazione, età ed interesse. E’ normale che molte persone siano attratte da argomenti più disparati che hanno o meno a che fare con esigenze professionali. Il conseguente drop out è fisiologico, specialmente nei corsi piuttosto impegnativi dove viene richiesto un coinvolgimento non indifferente. Tanti iscritti si limitano ad essere uditori e prendere le risorse messe a disposizione in piattaforma, ma non hanno tempo di interagire o passare alla fase progettuale. Il MOOC, anche se erogato da enti istituzionali, non è obbligatoriamente una via per l’apprendimento formale, anche se nei casi di completamento lo può diventare, quindi si accettino anche i drop out. Sulla prosecuzione penso di non avere dubbi: continueranno ad esserci, sempre più perfezionati ed attenti alle metodologie di apprendimento online in un ambiente che sta diventando sempre più concorrenziale; la gente imparerà a cercare il MOOC migliore su un dato argomento.

Si parla molto di blended learning e flipped classroom; sono strade secondo lei praticabili e vincenti? Credo che per la scuola siano le uniche due vie praticabili che si completano. La prima integra le lezioni in presenza con opportunità di estendere le attività online. La seconda ribalta le abitudini didattiche sfruttando le ore in presenza come momenti di attività e lasciando alla presa visione e lettura degli argomenti a casa, quando lo studente è spesso solo. Per i docenti si tratta di riconsiderare il proprio ruolo: meno cattedratico, più dinamico, lasciando al web l’onere di erogare i contenuti e creare le condizioni perché gli studenti creino insieme al docente in aula il percorso di apprendimento in forma socializzata.

Quale potrebbe essere, a suo avviso, una ulteriore leva di diffusione dei MOOC? Sicuramente il riconoscimento formale della certificazione. Chi completa un percorso acquisisce crediti al pari di quelli fruiti nelle Università. Tante piattaforme di MOOCs, porto ad esempio Coursera, Duolingo, Iversity ed altre, mandano già sul profilo LinkedIn il conseguimento della certificazione di un certo corso. Bisognerebbe che all’interno delle Università italiane si pensasse al corrispettivo in crediti integrati e validi per la Laurea. A mio parere, questo incentiverebbe la frequenza di corsi erogati in tutto il mondo. Si invoglierebbero gli studenti a cercare le risorse anche altrove, il MOOC più vicino alle proprie esigenze ed interessi specifici per una formazione più aperta.

C’è un MOOC che l’ha particolarmente colpita? Ce ne uno che mi è piaciuto da impazzire: “Creativity, Innovation and Change” della Penn University, erogato da Coursera. Strutturato in modo da far lavorare sulle diverse espressioni di creatività, dalla più moderata alla più ardita, ed arrivando ad un progetto di fattibilità. Ciò che mi è piaciuto, oltre al contenuto, è stata la forte interattività anche con i docenti che si sono per primi messi in gioco discutendo con i corsisti. Ecco, lo ritengo il MOOC perfetto.

Seguire un corso online di un’importante Ateneo internazionale può accrescere culturalmente la propria esperienza, come motiverebbe un suo studente a seguire un corso MOOC? L’approccio migliore è quello dell’umiltà. Spesso all’estero hanno una vision ampia e già ben organizzata di un certo argomento, specialmente di quelli che sono trasversali, non riconducibili ad una materia scolastica o universitaria nel senso classico che normalmente intendiamo. Bisogna accettare l’approccio divergente e buttarcisi. Io trovo che sia anche molto divertente. Oggi la specializzazione migliore sia quella di non essere specializzati, ma di avere delle nozioni che permettano di rivedere  la conoscenza sotto altri punti di vista, con altri modelli presi da ambienti culturali diversi dal proprio. L’Arte può aiutare la Scienza, così la Letteratura la capacità gestionale, ecc.  Quando approccio un argomento nuovo il mio motto preferito è: “Impara l’arte e mettila da parte”. Non si studia solo per utilitarismo, si studia perché è bello poter imparare e giocare con la conoscenza come costituita da elementi da mischiare nel laboratorio di chimica che è la nostra mente e pensare un po’ “out of the box”.

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