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La Riforma del Senato che bolle in pentola. Il punto di vista della Scienza Politica

7 novembre 2015

Fortunato Musella, Professore di Scienza Politica, Università di Napoli Federico II

Le riforme istituzionali sono un campo di studio e di – non molto frequente – applicazione della Scienza Politica. Lo si vede con la riforma del Senato in corso nel nostro paese, cha ha aperto un dibattito alimentato da contrapposizioni ideologiche o dalla difesa ad oltranza di posizioni (intra)partitiche. Il ridimensionamento del Senato proposto dal decreto Renzi-Boschi ha suscitato spesso reazioni radicali, più di principio che di merito. Pochi elementi sono sufficienti per inquadrare il problema dal punto di vista storico e comparativo.
La prima questione riguarda la necessità stessa della riforma. Il parlamentarismo italiano è detto simmetrico perché presenta una duplicazione della struttura e della base rappresentativa di Camera e Senato. Ogni proposta legislativa deve essere approvata dai due rami assembleari nella medesima forma per divenire legge. Un meccanismo che sembrò ai costituenti un’utile garanzia contro la possibilità di involuzione autoritaria nell’Italia appena uscita dal fascismo. Ma che non è oggi più adeguato alle esigenze di una società in rapida trasformazione, e all’affanno della politica a regolamentarne i processi. Il suo superamento, all’origine del progetto di riforma renziano, giunge quasi fuori tempo limite.
Il secondo punto concerne come differenziare le camere. In tutti i modelli federali o regionalisti, la seconda camera costituisce un canale di rappresentanza delle unità intermedie. La legge fondamentale tedesca prevede ad esempio che il Budesrat sia nominato dai governi dei singoli Lander, divenendo così un organo di difesa delle comunità territoriali. Con il ruolo primario che le regioni hanno via via assunto nel nostro paese, non è uno scandalo che il decreto di riforma preveda che i senatori non siano eletti direttamente dai cittadini, ma eletti/designati dagli organi territoriali. Semmai si può dubitare che il Senato abbia poteri comparabili a quelli della camera alta tedesca, la quale partecipa attivamente al processo legislativo e conserva rilevanti poteri di veto sugli interventi che riguardano gli stati membri. Il nuovo Senato italiano, che non vota più la fiducia al governo, non ha il problema della rappresentatività, quanto di garantirsi uno spazio operativo.
Infine la scienza politica suggerisce uno sguardo sistemico sui processi di riforma. Nessuna istituzione si può pensare in astratto, senza valutarne la coerenza con gli altri elementi dell’assetto istituzionale. Un elemento di assoluta e sottovalutata novità dell’impianto parlamentare proposto da Renzi attiene alla corsia preferenziale riservata alle proposte del governo, con un restringimento dei tempi di discussione e approvazione delle stesse: un obiettivo perseguito, ma mai raggiunto, dalle modifiche ai regolamenti delle camere negli ultimi anni. E’ questo un elemento che aiuta a risolvere l’anomalia italiana: la presenza di un premier, rafforzato dal punto di vista mediatico ed elettorale, ma che non riesce a condurre la propria maggioranza in parlamento. La stessa prospettiva sistemica può invece suggerire qualche cautela nel momento in cui la legge elettorale attribuisse un premio di maggioranza troppo elevato in un assetto a prevalenza monocamerale.
Molti di questi temi sono trattati dal Mooc di Gianfranco Pasquino – di cui sono già aperte le iscrizioni – che offre un’utile bussola per orientarsi nella complessità dei sistemi politici. Invita anche a superare la “logica dello spezzatino”, come direbbe lo stesso Pasquino, che ha orientato gli interventi di riforma nel nostro paese. La volontà di cambiamento e la difesa della nostra democrazia possono trovare entrambe nella scienza politica un terreno di convergenza.

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