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La scuola ai tempi del digitale

16 dicembre 2015

Miriana Tizzani, Content manager and E-Learning Specialist

Scuola e digitalizzazione, come sta cambiando lo scenario italiano e quali sono le implicazioni che l’introduzione delle nuove tecnologie ha sulla didattica in presenza?

Ne abbiamo parlato con Gianni Marconato, consulente nel settore della formazione  per organizzazioni pubbliche e private in tutta Italia. 

Gianni si occupa di sviluppare ambienti di apprendimento on-line privilegiando approcci orientati al problem solving e basati su attività come l’Ask System e i Cognitive Flexibility Hypetexts. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua esperienza fornendo un personale punto di vista sul mondo della scuola.

Le nuove generazioni hanno un rapporto quotidiano con le tecnologie che comporta un cambiamento nel modo di acquisire informazioni, di relazionarsi con il mondo e di apprendere, pensa che la scuola stia intercettando questo cambiamento? e come?

Innanzitutto credo sia necessario parlare di “scuole” e non di “scuola” perché la realtà del mondo dell’istruzione e della formazione è molto variegata. Detto questo possiamo dire che siamo difronte a realtà evolute, molto avanzate, fatte di insegnanti e dirigenti che si misurano da tempo con le tecnologie e con modalità di comunicazione e di didatticacontemporanee” mentre abbiamo altre realtà decisamente ancorate a modelli tradizionali, pre-digitali. La prima tipologia di scuola è largamente minoritaria anche se in lentissima crescita. In questa scuola attenta al digitale (attenzione, non esiste la scuola digitale, l’insegnante digitale, la didattica digitale perché, in ogni caso, c’è sempre e solo la scuola, l’insegnante, la didattica) si sono rinnovati gli strumenti ma anche i metodi. Strumenti e metodi per comunicare, per collaborare, per condividere, per costruire. La scuola che, ancora, resiste al digitale è refrattaria non solo al digitale ma anche al rinnovamento delle didattiche, è ancorata ad un’idea di scuola degli inizi del secolo scorso. Con questo non voglio assolutamente dire che la scuola “contemporanea” sia tale perché usa le tecnologie ma che vedo una compresenza di innovazione didattica e l’utilizzo in questa delle tecnologie. Va, infine, detto che non pochi usi delle tecnologie a scuola sono ingenui, approssimativi, inefficaci. Concludendo, la mia idea è che il digitale a scuola sia un problema ma che il problema della scuola oggi non sia il digitale.

L’iniziativa del governo “scuola digitale” vede tra gli obiettivi principali l’investimento sui contenuti e sulle competenze di studenti ed insegnanti. Secondo la sua esperienza a che punto è il processo di cambiamento?

Il cambiamento è lento e sempre affidato all’iniziativa individuale e non credo che il Piano Nazionale Scuola Digitale cambi realmente le cose perché il problema della scuola è il suo governo, la sua organizzazione, lo status professionale e sociale dell’insegnante, la sua didattica. Il digitale a scuola ci deve stare e con il digitale la scuola si deve confrontare, ma non è questo l’elemento strategico per il cambiamento. Avrei messo la stessa enfasi che istituzionalmente si sta mettendo sul digitale prioritariamente sulla didattica. Ad esempio, si sta parlando da tempo della una nuova scuola delle competenze, un’evoluzione della scuola delle discipline, ecco, questo potrebbe essere un focus forte per il cambiamento.

Pensa che il formato utilizzato dai corsi online di ultima generazione possa essere utilizzato come strumento di didattica innovativa anche nelle scuole superiori e come?

Certamente sì, ma considerato come uno dei tanti strumenti disponibili. Ci sono contesti, utenti, obiettivi di apprendimento che potrebbero essere sostenuti da ambienti di apprendimento (non “corsi”) online e di nuova generazione.

Quali sono oggi le difficoltà maggiori che gli studenti manifestano nell’apprendimento e nell’approfondimento dei contenuti?

Le maggiori difficoltà sono quelle associate al significato di quello che si sta imparando. Tanti contenuti proposti a scuola sono vissuti vuoti di significato, non correlati alla propria esperienza, sono vissuti come di interesse della scuola e non della vita. Con questa percezione di non significato lo studente non mette impegno cognitivo ed emotivo e non impara, ovvero impara in modo superficiale, meccanico. Nella migliore delle ipotesi memorizza, ripete ma dimentica presto e non utilizzerà mai. Questa scuola produce tanta conoscenza inerte, e questo è un grave spreco di risorse.

In America lo scenario dell’apprendimento online è più ricco rispetto al nostro, da iTunesU ai Mooc, sembra che le università e le scuole americane investano molto nell’uso delle nuove tecnologie per la didattica, pensa che possa cambiare lo scenario culturale nel nostro Paese?

Lo spero anche se non lo penso. Vedo tanto conservatorismo culturale diffuso nella scuola ma anche nella società, a volte per inerzia culturale, per resistenza (in senso psicologico) al cambiamento, a volte per conservare il potere. Le vere innovazioni sono sempre state associate a cambiamenti dei rapporti di potere. Basti vedere la rivoluzione gutemberghiana e Lutero e la rivoluzione francese. Chi detiene il potere deve stare attento a ogni cambiamento. Ma non è detto che ci riesca.

I MOOC (Massive Open Online Courses) sono corsi online aperti a tutti, crede che cambieranno in futuro le modalità di accesso ad una istruzione qualificata e professionalizzante?

Io credo che tanto la formazione iniziale che quella in servizio, cioè di “manutenzione” non possa continuare ad essere basata sul paradigma del “corso” e che nuovi paradigmi si debbano insediare, quello di “ambiente di apprendimento” ad esempio. Dei MOOC vedo con interesse la dimensione “social”, la possibilità di interazione tra i partecipanti all’esperienza di apprendimento (alla pari docenti e allievi). Non lo credo che il modello MOOC in quanto tale possa cambiare tanto lo scenario, ma potrà essere, e lo vediamo già in alcuni limitati casi, uno dei tanti strumenti a disposizione. Dipende tanto dal modello pedagogico che viene assunto. Serve un potente cambiamento concettuale in chi idea e realizza queste opportunità di apprendimento. E una chiara identificazione dei contesti e degli obiettivi di apprendimento per i quali usare questo modello formativo.

2 risposte a “La scuola ai tempi del digitale”

  1. salvatore pirozzi ha detto:

    il quadro, non il corso, di gianni mi pare, finalmente, rispetto ala semplificazione del dibattito che si aggira intorno alle scuole,, un quadro colto in cui inserire l’uso del digitale.
    avevo, ora non tanto, un quadro ampio delle sue pratiche quando le osservavo in un monitoraggio anni fa. ebbene, credo che ulteriori passi indietro, per affrontare il problema di questo uso, vadano fatti. io partirei dalla problematizzazione del concetto di “strumento”. non conosco definizioni più efficaci, e quindi più semplici, della perifrasi, a proposito di “strumento”, di “protesi noetica” ()parliamo già del cannocchiale di galilei, che fu un’invenzione ben oltre la somiglianza con loggetto olandese da cui proveniva. se non si riflette, e non ci si alfabetizza, sul fatto che, e come succede, che uno strumento modifica la nostra mente e quindi la visione del mondo, non si capirà mai la potenza che abbiamo, col digitale, tra le mani. troppo spesso ho visto ridotto questo strumento al disperato tentativo di usarlo come un libro, ossia secondo le modalità conoscitive del libro a stampa: imposizione dei modi di fruizione secondo le leggi prescrittive del docente; accompagnamento feroce della voce di quest’ultimo a definire i significati “giusti” delle cose; obbligo a forme di prodotti che rassomigliassero a quelli previsti dalla scrittura; divieto di divagazioni, di vere e proprie esperienze di serendipioty e di costruzione di aree di senso a partire dal sentimento di senso dei ragazzi; disprezzo o inibizione per le inferenze non canoniche – definite errori o distrazioni – degli allievi; proibizione del lavoro cooperativo, di una intelligenza collettiva che le tecnologie favoriscono e propongono; imposizione delle distinzioni disciplinari anche dentro questo misero frame dell’interdisciplinarità e si potrebbe continuare. non si tratta di colpevolizzare nessuno, se non un’istituzione che dovrebbe riflettere sul fatto che si sta semplicemente provando a immettere una potenza in una mente alfabetizzata sulla stampa. a parte i famosi geni, spesso più solitari di santantonio nel deserto, dell’informatica. fate fare, ma varrebbe per qualunque aggiornamento, esperienze, non corsi, ai docenti, come se fossero loro il prototipo di alunno a cui dovranno riferirsi. costruite ambienti, non corsi, di apprendimento, a partire dalla domanda di fondo: che cos’è una mente digitale? qui si affannano a ridurre tutto a sussidio didattico, che, questo sì, serve solo al mercato degli oggetti e non delle protesi. baci, digitali, ahimè.

    • Gianni Marconato ha detto:

      Salvatore, tanta roba, come sempre nei tuoi contributi! Io traggo il tuo invito a non semplificare la questione dell’uso del digitale a scuola. Credo anch’io che questa banalizzazione, che si riduce al nuovo slogan “usiamo il digitale come uno strumento in un quadro pedagogico” è ancor peggio che farne il fine. Una cara amica maestra una volta mi disse “didattica per le tecnologie” (io stavo ricordando Jonassen con il suo didattica “dalle” vs. “con” le tecnologie

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